segunda-feira, 1 de outubro de 2007

Começou!

Ainda que o bonde já esteja andando. Eu confesso que estava com medo de fazer este blog, porque ele representa o ponto zero de tudo, o começo oficial. Agora não dá mais pra voltar atrás. Ótimo. Eu bem que precisava de um empurrãozinho.

E agora eu vou fazer uma das coisas mais difíceis, na minha opinião, de fazer um TCC: eu vou escrever sobre o que é o meu TCC. Toda vez q me faziam essa pergunta, eu respondia "Hm, veja bem..." e entrava num estado de ansiedade enorme, por desconfiar seriamente de que eu mesma não soubesse.

Mas tudo o que eu preciso é de uma hipótese. E, depois de alguns dias pensando e uma ajudinha do Massimo, talvez eu tenha chegado a alguma coisa:

Eu quero estudar como a comunicação digital modifica a relação entre os indivíduos e os territórios, modificando portanto a relação entre o cidadão e a política, entendida como como gestão do espaço.

A minha hipótese é que o aparato jurídico estatal e a democracia representativa gradualmente afastaram o cidadão do território, restringindo as possibilidades de decisão e intervenção mais diretas e o seu poder político. O advento do digital contribui para reverter essa situação, virtualizando o espaço, e criando meta-territorialidades que subvertem as formas de ação e interação política tradicionais.

Esses meta-territórios, espaços híbridos físico-digitais, seguem a lógica virtualização-atualização de Pierre Lèvy: virtualizados, esses espaços se tornam um conjunto imprevisível de problemáticas baseadas em circunstâncias dinâmicas, que se atualizam, ou seja, se resolvem afetando o espaço físico. O meta-território pode influenciar inclusive o sentimento de pertencimento e o poder de identidade que um território exerce sobre o cidadão.

Modifica-se não só a relação com a cidadania e a participação política, mas também com a representância. Na democracia clássica, o funcionamento do sistema de representância pressupõe uma sociedade atomizada (Michele Prospero); esse sistema entra em crise diante da organização da sociedade em núcleos de interesse e grupos de pressão.


Uma sociedade em rede, então, coloca muitas vezes em cheque esse sistema, questionando o pacto entre cidadão e representante que limita o momento da participação política ao voto.

Trataremos primordialmente das redes sociais de cyberativismo e das redes de blogs - a blogosfera. O blog é um fenômeno bastante interessante, pois é um espaço privado tornado público, com grande potencial de articulação política.

Ufa, por enquanto chega. Esse post exauriu as minhas forças. Foi quase um parto! Bibliografia e leituras em curso ficarão para amanhã.

3 comentários:

Cepop/ATOPOS disse...

Il revival del populismo

Non vorrei che il grillismo si arenasse in un confuso e inconcludente dibattito sulla antipolitica. Nel caso di Beppe Grillo, anti sta solo per dire «basta » con questi politici, con questi partiti e con questa politica. E, se così, il grillismo non ha sottintesi o implicazioni antidemocratiche. Io non temo ritorni al fascismo né al comunismo (storico) perché entrambi questi regimi hanno perduto, in Occidente, il loro principio di legittimità. Oggi nemmeno Chávez, il più avanzato demagogo dell'America Latina, osa dire che «lo Stato sono io». Oggi la legittimazione del potere (a meno che non sia teocratica) deve essere democratica, deve essere «in nome del popolo ». Però e invece temo «la democrazia che uccide la democrazia, la democrazia che si suicida».

Un timore che ci impone di rivisitare la trinità democrazia- populismo-demagogia. Si tratta di una trinità perché queste nozioni hanno la stessa testa: la parola demos in greco, populus in latino, e popolo in italiano. Ma questo fatto non le rende sinonimi. Demagogia è l'arte di trascinare e incantare le masse che, secondo Aristotile, porta alla oligarchia o alla tirannide. In ogni caso, il termine indica un agire e un «mobilitare» dall'alto che non ha nulla da spartire con la democrazia come potere attivato dal basso. Il termine populismo è molto più recente e ci arriva dalla Russia, dove fu coniato alla metà dell'Ottocento per indicare una rivoluzione dei contadini (fermo restando che la parola narod sta, in russo, per popolo). Un significato che poi riemerge all'inizio del secolo scorso negli Stati Uniti. Il primo movimento fu represso, e il secondo fallì. Il che fece anche sparire la parola.

Così la teoria della democrazia continuò a usare, per indicare una degenerazione o una minaccia alla democrazia, la parola demagogia. Poi, d'un tratto, da una ventina d'anni, diventa di moda «populismo». Perché? Non sono ancora riuscito a capirlo. Intanto offro la mia interpretazione e relativa proposta. Concettualmente è irrilevante che il populismo sia nato «agrario». Concettualmente è importante, invece, che denoti una genuina democrazia «immediata » che nasce dal basso e che, per questo rispetto, è l'esatto contrario di demagogia. Pertanto il populismo così definito (si sa che io sono un maniaco delle definizioni) ha la forza di essere una democrazia embrionale genuina, ma al contempo la terribile debolezza di incarnare un infantilismo politico (direbbe Lenin) incapace di costruire alcunché. Le sue proposte «al positivo» sono, appunto, puerili e inconsistenti.

Da quanto sopra si ricava che Grillo è, ad oggi, un populista, non un demagogo. La demagogia, in Italia, sta al governo. Intendiamoci: nelle democrazie di massa e contestualmente di video- potere senza un modico di demagogia nessun leader farebbe oramai molta strada. Eppure se paragoniamo Prodi e Berlusconi a Schröder e alla Merkel, o alla Thatcher e Tony Blair, o a Zapatero e predecessori in Spagna, risulta in modo lampante che solo i «nostri» antepongono la conquista del potere o l'abbarbicamento al potere a qualsiasi interesse e necessità del Paese. Come sarò pronto a dimostrare a richiesta. Qui mi interessa soltanto di portare in evidenza la caratterizzazione fortemente demagogica dei nostri malanni. Alla classica domanda «cosa avete fatto per il vostro Paese?», Berlusconi potrebbe rispondere: niente, salvo che liberarlo da Prodi. E viceversa. Cioè Prodi potrà dire: niente, salvo che liberarlo da Berlusconi.

Giovanni Sartori
02 ottobre 2007

Cepop/ATOPOS disse...

Un primo commento che dimostra il carattere astratto della politica
e del suo pensiero, u a serie di concetti "populismo", "demagogia",etc., senza nessun riferimento alla tecnica e ai midia.
Il territorio, all'' interno della cultura occidentale è stato sempre una astrazione, un meta-territorio, sin dalla sua forma scritta, fino al cinema e alla tv. Da quesot punto di vista la sua virtualizzazione è una continuazione. Ciò che è nuovo e la forma di accesso, nel libro si interveniva nel territorio attraverso la lettura, nel virtual con la manipolazione di interfaces.
Mi sembra un primo inizio...
Massimo

Mariana Marchesi disse...
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